mercoledì 7 ottobre 2009

Andamento epidemiologico attuale

Dal blog Attraverso Questi Giorni:
NB: TUTTI I DATI, I GRAFICI E LE TABELLE NELLA LORO VERSIONE ORIGINALE POSSONO ESSERE VISUALIZZATI PRESSO IL SITO DEL CENTRO INTERUNIVERSITARIO PER LO STUDIO DELL'INFLUENZA (CIRI).

Durante la settimana di sorveglianza fino al 7 ottobre si nota un rapido incremento dell'attività delle sindromi di tipo influenzale fra la popolazione in età compresa fra gli zero e quattro anni, pari al 5,08 per mille assistiti (508 casi per centomila individui per quella fascia di età), mentre nella fascia 5-14 l'incidenza è aumentata all'1,89 per mille. L'incidenza registrata fra la popolazione di età superiore rimane sostanzialmente stabile o in lieve aumento. L'andamento complessivo delle sindromi di tipo influenzale denota un innalzamento progressivo dell'incidenza, a livelli simili a quelli attesi normalmente per il mese di novembre/dicembre. L'incidenza globale è pari 1,05 casi per mille abitanti, vale a dire che a livello nazionale si può ipotizzare un numero di pazienti uguale a 1,05*60 milioni/1.000=63.000 casi ILI durante la settimana in esame. Non tutti i casi ILI sono dovuti a infezioni da virus influenzale (pandemico e non); numerosi casi di malattie respiratorie con febbre sono riconducibili ad altri patogeni (virali o batterici) che nulla hanno a che vedere con l'influenza.

2 commenti:

Nic ha detto...

Scusandomi per linguaggio da profani, vorrei porre il seguente quesito:
se ho ben capito, così come accaduto in passato in altre pandemie ben più letali, buona parte dei morti dovuti alla AH1N1v che non evidenziavano patologie pregresse è dovuta ad una abnorme reazione del sistema immunitario del paziente che va sotto il nome di "tempesta di citochine", reazione la cui genesi non è ancora del tutto chiara, che sembra comunque prodursi in una piccola percentuale dei casi, ma che può risultare così intensa da far fuori non solo il virus ma gli stessi organi vitali del paziente.
Se mi passate (sorvolando sul poco rigore scientifico delle espressioni) la precedente premessa, la domanda è la seguente: si è in grado con i dati attuali di dare una stima di che percentuale dei morti ..."sani" sia dovuta a questo tipo di effetto e quanti invece sono quelli che sono deceduti per complicanze da sovrainfezioni o simili, cioè, all'opposto, per una non sufficiente risposta del sistema immunitario?
Grazie,
Nic - Firenze

Giuseppe Michieli ha detto...

Sul New England Journal of Medicine è apparso oggi un articolo sui casi ospedalizzati in USA. L'articolo completo è disponibile seguendo questo link: http://content.nejm.org/cgi/content/full/NEJMoa0906695?query=TOC

Fra i casi riportati nello studio, un terzo di quelli ricoverati in terapia intensiva ha sviluppato ARDS (sindrome da stress respiratorio acuto), riferibile in parte probabilmente a invasione diretta da parte del virus H1N1 2009 delle basse vie respiratorie.

Secondo uno studio australiano e neozelandese pubblicato sulla stessa rivista (link: http://content.nejm.org/cgi/content/full/NEJMoa0908481?query=TOC ), sui circa 700 pazienti ricoverati in terapia intensiva, la metà aveva una pneumonite virale primaria e/o ARDS, mentre il 20% aveva una co-infezione batterica.

Per quanto riguarda i pazienti USA, oltre il 70% aveva una storia clinica di pregresse patologie croniche (asma, diabete, disordine cronico ostruttivo polmonare, immunosoppressione, malattia del cuore, rene o epatiche).

In pratica, se il quadro clinico dell'infezione da virus H1N1 2009 è per la stragrande maggioranza dei casi benigno e auto-limitante, una porzione piccola ma non indifferente sviluppa complicanze gravi che necessitano interventi invasivi in rianimazione, con saturazione delle terapie intensive e assorbimento di personale e risorse.

Quale sia il ruolo della citochinemia nello sviluppo dell'ARDS nel quadro dell'infezione da H1N1 2009, rimane da stabilirsi.

Quello che appare sicura è la pressione sulle strutture sanitarie e sulla società nel suo complesso dato che la maggior parte dei casi gravi è concentrata fra i giovani con meno di 18 anni e in quelli fra 25-60 anni, in età lavorativa.

L'utilizzo degli antivirali precocemente pare migliorare la prognosi.

Una rapida implementazione di una immunizzazione fra le fascie di popolazione a maggior rischio è cruciale nella prospettiva di ridurre i costi sociali, umani ed economici di questa pandemia.