martedì 23 settembre 2008

Vilamoura - Misure non farmacologiche in caso di pandemia


In relazione all'utilizzo delle misure non farmacologiche in caso di pandemia influenzale.
I modelli matematici avevano già suggerito l’efficacia delle misure non farmacologiche, in particolare l’isolamento dei malati, la quarantena volontaria dei contatti, la chiusura delle scuole e l’aumento delle distanze sociali.
Queste misure sono state nuovamente prese in considerazione, utilizzando anche i dati storici dell’influenza del 1918 negli Stati Uniti e, in particolare, l’impatto delle misure prese dalle varie città, sulla base delle notizie disponibili dai giornali dell’epoca. I risultati hanno evidenziato una correlazione fra efficacia delle misure e tempo di loro implementazione. In altre parole se le misure venivano prese precocemente, la loro efficacia era di molto superiore. Anche la quantità di misure prese è rilevante ai fini del risultato per cui viene suggerito di mettere in atto tutti i provvedimenti nello stesso momento. Ovviamente la regola deve essere adattata in funzione di vari parametri quali, ad esempio, la gravità della pandemia; per la buona riuscita, è infine necessaria una accurata pianificazione e la collaborazione di tutte le componenti della società. Questa ultima osservazione sembra essere la dominante di tutte le azioni di risposta alla pandemia e, forse una delle cose più difficili da ottenere.

2 commenti:

Giuseppe Michieli ha detto...

Io non sono per niente persuaso che le misure di quarantena (o distanziamento sociale, come si è tentato di modernizzare il termine) possano ridurre la mortalità e la morbilità in uno scenario di pandemia globale di influenza.
Perlomeno, non saranno determinanti laddove l'elevata densità di popolazione e l'impossibilità fisica delle persone a mantenere ''le distanze'' sono presenti come caratteristica principale della struttura socio-economica e demografica. Questi scenari sono quelli presenti nelle maggiori megalopoli urbane del mondo, in Eurasia e in nord America.
Meglio potranno cavarsela con le misure di quarantena paesi a bassa densità di popolazione, con insediamenti sparsi e con un elevata capacità di isolamento delle comunità, che possano contare su risorse locali alimentari ed energetiche.
Per questo secondo me si dovrebbe puntare molto su un approccio di immunizzazione preventivo con gli attuali vaccini anti-H5N1 disponibili e come suggerito dalle più recenti pubblicazioni scientifiche. Per altro, un paese come il Giappone ha in programma una vaccinazione anti-H5N1 nei prossimi mesi di alcune migliaia di first-responders. Se l'operazione dimostrerà su una così ampia scala la sicurezza del vaccino, le autorità sono intenzionate ad andare molto oltre questa cifra.
Su Lancet ''Stockpiling prepandemic influenza vaccines: a new cornerstone of pandemic preparedness plans'' (http://www.thelancet.com/journals/laninf/article/PIIS1473309908702329/abstract); commento sull'argomento da parte del CIDRAP (http://www.cidrap.umn.edu/cidrap/content/influenza/panflu/news/sep2208cbo.html)

Daniel Fiacchini ha detto...

Diamo il giusto peso alle cose: i modelli matematici ci dicono che in Italia le sole misure non farmacologiche avrebbero il loro impatto e la loro utilità: ritardare di qualche giorno l'arrivo della pandemia. Anche una o due settimane di tempo per organizzarsi potrebbero essere preziose. Tieni anche conto che queste sono misure che non rimarranno mai isolate e nessuno mette in discussione il fatto che una strategia combinata di misure farmacologiche e non farmacologiche sia la soluzione migliore. Già chiarita l'importanza della vaccinazione pre-pandemica in uno dei post precedenti.